“Me, and my helmet, such an unconventional kid 

All intense and kinetic, at best tolerated from afar

[…]

I'm a sweet piece of work 

Well-intentioned, yet disturbed 

Wrongly labeled and underfed 

Treated like a rose as an orchid”

 

Orchid, Alanis Morissette

“Io e il mio elmetto, un bambino così poco convenzionale 

tutto emotività e irrequietezza, sopportabile tutt’al più da lontano

 […]

Sono una simpatica persona difficile

Buone intenzioni e tanto inquieta 

Etichettata in modo sbagliato e malnutrita

Un’orchidea trattata come una rosa.”

La Vita (Universo, Dio, Fonte…) ha sempre modi piuttosto “bislacchi” di farci capire quale sia la nostra strada quando siamo proprio completamente fuori dal nostro percorso. 

 

Negli anni ho imparato che l’Universo ha una forma di grandissima apprensione nei nostri confronti, una sorta di cura materna e cerca di mandarci sempre dei segnali per farci capire quando stiamo sbagliando e imboccando una strada non proprio battuta per i nostri piedi. Il diretto messaggero di questo amorevole Universo, l’Ermes della situazione per fare una citazione mitologica, è il nostro corpo che ci dona sempre segnali chiari per farci capire cosa ci possa nutrire o meno, provocarci dolore o piacere ma è totalmente nelle nostre mani il voler cogliere o meno tali messaggi.

Quando i segnali vengono evasi per molto tempo a volte può succedere che degli “incidenti” possano essere inviati come modo per dirci: 

“Senti bellin* no, non va bene così!”.

Io questo tipo di esperienza l’ho avuta mercoledì 13 Ottobre 2010 alle 21 esatte, quando una moto mi ha preso in pieno mentre attraversavo la strada in una zona centrale di Roma per andare a prendere un autobus che mi avrebbe portato a casa dopo la mia prima lezione del corso di Lis (Lingua dei Segni Italiana). Ho nitida davanti ai miei occhi e impressa nella mia memoria l’immagine di me che volo, rotolo e sbatto ripetutamente sull’asfalto per poi fermarmi senza capire cosa fosse successo. Ricordo perfettamente la sensazione di caldo sulla faccia e la pioggia che incominciò a cadere a grandi gocce come un torrente nell’istante esatto in cui ho finito il mio lungo volo di circa 7 metri. Da quel momento è iniziata una sequenza di immagini veloci, concitate: le persone intorno a me, il ragazzo che mi ha investito che voleva picchiarmi (lasciamo stare!), il mio controllare se avevo ancora tutti i denti in bocca e fare un check per capire cosa non riuscivo a muovere e all’appello la gamba sinistra non rispondeva

Intorno alle 21:30, al pronto soccorso mi avrebbero comunicato una frattura scomposta ed esposta di tibia e perone della gamba sinistra, frattura di tutte le dita dei piedi e una frattura del cranio all’altezza dell’arcata sopracciliare sinistra.

Come si dice a Roma “la faccio breve”, sono stato operato alla gamba e mi hanno sistemato la tibia con un chiodo intra-midollare (con cui ancora convivo e ho accettato da veramente pochissimo tempo) per far saldare tutti i pezzi dell’osso, per la frattura del cranio avrebbe fatto tutto il mio corpo con grandissimi mal di testa e 20 giorni di ricovero in ospedale…

 

Tutto il lato sinistro del mio volto era totalmente sfigurato e gonfio, già le sole reazioni delle persone che entravano nella mia stanza mi avevano spinto a non guardarmi allo specchio perché nei loro occhi vedevo puro sgomento. Durante i primi giorni però mi sono scattato alcuni selfie per vederli quando tutto sarebbe passato, all’epoca il mio telefono non aveva la camera frontale quindi potevo non vedermi mentre scattavo. In quel delicatissimo momento non avevo la forza e il coraggio di vedere cos’ero diventato. 

Dieci giorni dopo l’intervento un infermiere mi portò per la prima volta in bagno e inavvertitamente mentre mi sollevavo dalla sedia a rotelle mi specchiai e quello che vidi mi lasciò senza parole: la parte destra della mia faccia era come la ricordavo quella sinistra era gonfia, livida e l’occhio iniettato di sangue… presi qualche respiro, trattenni le lacrime e in quel preciso istante promisi silenziosamente a me stesso che non avrei mai e poi mai screditato il mio viso o aspetto fisico. È pazzesco quanto in molti casi l’unico modo per imparare ad apprezzarci è quando viene a mancarci qualcosa o qualcuno!

 

Il mio primo pensiero dopo alcuni giorni in ospedale lo comunicai a mia cugina al telefono dicendole: “Dani sono convinto che tutto questo, per quanto orribile possa essere, ha un senso che ora mi sfugge ma lo capirò con la giusta distanza dall’incidente”.

Ed è stato così, la convalescenza è stata difficile perché ho scoperto quanto  sia estremamente complicato re-imparare a camminare: quello che facciamo per automatismo lo perdiamo appena una parte del meccanismo automatico si inceppa o rompe. Il tempo si dilata. La paura sta lì ferma a fissarti e tu scegli di respirare e andare avanti a microscopici “passi”.

Per motivi pratici sono dovuto scendere a casa dei miei genitori a Potenza perché non ero autosufficiente, ho fatto fisioterapia a Salerno in un centro di riabilitazione sportiva per calciatori e 3 volte a settimana mio padre, o la mia amica Elisa, mi hanno accompagnato perché io avevo l’urgenza di tornare alla mia vita, a casaRoma.

Per rendere il tutto più semplice sono stato licenziato, o meglio mi è stato chiesto di licenziarmi perché non potevo svolgere il mio lavoro di guardarobiere in un Museo romano e dopo circa 3 mesi sono tornato a Roma.

Al rientro tutto mi è sembrato diverso, mi sentivo un alieno, zoppo, con lo sguardo impercettibilmente cambiato di cui io vedevo chiaramente ogni minima imperfezione e tutto da ricominciare. Mi sono ritrovato ad un colloquio di lavoro per ciò che nella vita MAI avrei voluto fare: operatore didattico in Musei e siti archeologici. La mia scarsa autostima, la mia vergogna nel condividere qualcosa che sarebbe stato fruito da altri mi bloccavano ma essendo senza lavoro non potevo fare lo schizzinoso, dovevo accettare. E da lì piano piano è iniziata la fase di resurrezione della fenice: sono diventato operatore didattico e ho fortificato la mia autostima visita dopo visita, mostra dopo mostra, Colosseo dopo Colosseo sentivo che quello che facevo mi rendeva felice e rendeva felice chi mi ascoltava. Ho iniziato a capire cosa si provava a fare qualcosa con tanto amore, qualcosa che quando ci si sveglia la mattina si è contenti nell’andare a lavoro.

Contemporaneamente ho incominciato a cambiare il modo di nutrirmi perché il mio corpo post incidente è cambiato (mamma quanto!): la mia pelle è diventata ipersensibile, le gambe non possono più fare alcuni movimenti e ogni tanto soffro di mal di testa sulla linea di frattura che è l’unico motivo che mi porta a prendere dei farmaci. Dopo la prima visita con la mia prima omeopata ho provato una grandissima compassione per i miei organi interni, per il carico emotivo che si fanno per su(so)pportarci e per questo ho iniziato a prestare grande attenzione e cura alle parole e al cibo che ingoiavo, per loro e di conseguenza per me.

Ho continuato il percorso con la mia psicoterapeuta con la quale abbiamo anche fatto EMDR per desensibilizzare alcuni traumi molto forti e da lì tanto tanto altro… potrei scrivere per paragrafi e paragrafi ma non è questa la sede (per ora! :) )

 

Un incidente, qualunque esso sia fisico o dell’anima, è tale perché incide e modifica, dopo non si è più gli stessi ma si può scegliere come interiorizzare la lezione:

  1. Perché tutto a me? Perché ora? Non me lo meritavo!

  2. Ok, cosa devo capire/cambiare? Che lezione devo comprendere? 

 

Il punto uno è molto semplice all’inizio perché non comporta impegno alcuno nel comprendere le cause ma si paga caro nel lungo periodo; il punto due comporta un grande lavoro su sé stessi che però porta frutti per sempre, si cresce, si fiorisce e se si continua a crescere si hanno gli strumenti per accettare, comprendere e superare le altre sfide della Vita.

 

L’incidente mi ha portato ad esplorare il mio corpo e la mia anima, ad andare oltre i miei limiti perché una volta che si è sfiorata la Morte la Vita acquista tutto un altro sapore, ogni giorno si cerca di “dividere l’inutile da ciò che è necessario, non c’è più giorno da perdere nel tuo calendario, e poi serenamente a ciò che non ti rappresenta dire: NO! Finalmente!” come dice il mio buon Niccolò Fabi. 

Attenzione: non sono illuminato, ancora faccio tantissimi errori perché ringraziando Dio sono UMANO ma certe situazioni non trovano più il mio apprezzamento, certi esseri umani, certi modi di fare, certi ambienti. Cerco di vibrare sempre dove l’energia è simile a quella che emano io (ecco per esempio con gli uomini ne ho di strada da fare… ma questo è altro capitolo!!)

 

Una volta lasciata la vecchia strada e abbracciata quella che porta sempre più vicino alla coscienza di sé, nel preciso istante in cui scegliamo di aver fiducia nel Processo e metterci a servizio di ciò che vogliamo essere davvero, l’approccio alla Vita cambia. Spesso si perdono alcune persone che ci vedono diversi, altre apprezzano ciò che di nuovo abbiamo portato alla luce, si incontrano anime affini con cui condividere pezzi di strada insieme e non è davvero poco! 

 

Grazie alla terapia che ho fatto in due momenti diversi della mia vita, con due terapeuti diversi ho dato nome ai miei traumi, ho messo in barattoli di vetro con etichette precise tutto quello che caoticamente era disseminato nel mio cuore e cervello, ho letto libri scoprendo che il mio modo di vedere il mondo era un pelino diverso rispetto alla stragrande maggioranza delle persone, ho scoperto -grazie alla guida costante e inconsapevole della mia cantante preferita- cosa volesse dire essere una persona Altamente Sensibile e ho smesso di sentirmi un povero pazzo in molte situazioni!

 

Ho iniziato a fare apnea, che per me è una meditazione liquida e da 2 anni ho finalmente trovato quel qualcosa che cercavo da quando avevo 16 anni: i 5Ritmi.

 

I 5Ritmi sono una danza-meditazione dinamica basata sulla costruzione di un’onda musicale da parte di uno space-holder o insegnante che consta di una successione di 5 ritmi diversi (fluido, staccato, caos, lirico e quiete) da danzare liberamente ognuno con i propri mezzi, senza giudizio di sé stessi e degli altri in un ambiente protetto. Per me è stata una potentissima ancora di salvezza e di resurrezione. Dopo anni di terapia che mi ha letteralmente salvato la vita ho capito che era arrivato il momento di buttare fuori tutto quello che era rimasto annidato nelle fibre dei miei muscoli, nei miei organi. Danzando mi sono sentito finalmente a casa, non arrivato ma sulla buona strada verso me stesso, quel Michele che non avrei mai sognato di essere quando ero un bimbo!

Spesso mi immagino di poter andare indietro nel tempo e abbracciare il me bambino e dirgli “non sarà tutto semplice, anzi! Ma andrai mille volte oltre la versione sbiadita di te che neanche riesci ad immaginare”

 

L’incidente mi ha insegnato che la vita è adesso, devo ammettere che in alcuni momenti me lo dimentico ancora ma in quegli istanti di confusione mi fermo, respiro ed esprimo un pensiero di gratitudine per il semplice fatto di essere vivo e perché “ho sempre me” come scrive la mia amata Cristina Donà. Scriverlo in questi giorni di quarantena è ancora più forte e potente perché potrei stare qui a disperarmi per il futuro, per il lavoro ma scelgo ogni singolo giorno di pensare positivo, di vivere il momento, di avere piena fiducia nel Processo e seguire l’insegnamento che il saggio Oogway disse a Po: “Ti preoccupi troppo di ciò che era e di ciò che sara’.

C’è un detto: ieri è storia, domani è mistero, ma oggi è un dono ed è per questo che si chiama presente

 

Grazie di vero cuore a Ciari & Franci per avermi concesso questo spazio di condivisione in questo “luogo” perché penso fermamente che siamo qui per donare Luce e riceverne… per IllumiA(rci) <3

CIBO SUPERSONICO

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