SALUTE ALLO SPECCHIO:

IL TURBANTE PER EDUCARE ALLA BELLEZZA NELLA MALATTIA ONCOLOGICA 

Vorrei trovare le parole giuste per raccontare la mia tesi, un lavoro di quasi un anno intero ma proprio non so da cosa cominciare. Dietro a questo lavoro c’è un mondo intero, un mondo che esisteva prima del nostro lavoro, un mondo che continua ad esistere anche ora. Dietro a questo progetto ci sono incontri, sguardi, sorrisi, uomini e donne, tante donne, donne a cui devo tutto questo e a cui tutto questo è dedicato. Ma ci sono anche colori, storie e stoffe, stoffe colorate che raccontano le storie delle donne che le indossano. Ricordo ancora con straordinaria precisione il momento in cui ho avuto l’idea per la mia tesi.

Quattro anni fa è morta mia nonna di tumore, ricordo i bellissimi foulard che indossava in quel periodo. Quello stesso anno sono partita per alcuni viaggi di volontariato: India, Angola e Madagascar. Camminando per le strade di questi paesi lontani rimango affascinata dalla bellezza dei turbanti che le persone indossano. E così che è nata l’idea della mia tesi:

“Salute allo specchio”: il turbante per educare alla bellezza nella malattia oncologica.

Il turbante porta con sé un fascino particolare acquisito dalle contaminazioni dei vari paesi in cui si è sviluppato, impossibile raccontarli tutti qui, in realtà impossibile raccontarli tutti in generale. Il termine turbante deriva da durband, di origine arabica, composto dalla particella dur (circondare) e band (benda).

Le origini del turbante sono antichissime tant’è che sono difficili da definire con precisione: una prima traccia sembra risalire al 2350 A.C. in Mesopotamia. Si sviluppa per la prima volta come tradizione consolidata nell’attuale Iran, per poi spostarsi anche in Yemen e in Afghanistan. Acquisisce un significato particolare nella religione islamica, così come anche nella religione Sikh e in quella induista. Ma il turbante acquisirà forme particolari anche in Grecia e in Brasile. Famoso per il suo fascino è il Taguelsmut, turbante tipico dei Tuareg, popolazione nomade del deserto del Sahara, di colore indaco indossato come protezione spirituale per evitare che gli spiriti maligni possano entrare in contatto con l’umano. Il turbante poi approderà anche in gran parte del continente africano dove acquisirà una valenza quasi esclusivamente femminile.

In Africa occidentale i tessuti e i turbanti hanno un linguaggio vero e proprio, in cui dominano gli intenti di seduzione e di affermazione sociale. Ogni tessuto ha un nome e porta con sé un significato particolare: ci sono turbanti che affermano l’emancipazione di una donna in grado di dominare 6 uomini contemporaneamente, altri che dicono che anche senza marito la donna è in grado di vivere da sola. Non è solo la stoffa dei turbanti ad avere un significato, lo sono anche i colori e il modo in cui viene avvolto attorno al capo.

Il turbante approderà anche in Europa tra il XV e il XVI secolo e verrà indossato dalle donne. All’inizio viene utilizzato nelle mansioni domestiche poi, all’inizio del 1900, grazie a Paul Poiret viene trasformato in un accessorio glamour. Inoltre, molto interessante è l’uso che le donne ne hanno fatto negli anni 40’ quando la moda, segnata dalla seconda guerra mondiale, subì delle drastiche restrizioni: le donne iniziarono ad indossarlo per mostrare la loro bellezza e la loro femminilità in un momento difficile come quello.

Il turbante si rivela efficace soprattutto nel periodo di malattia oncologica. Con il cancro il corpo cambia e con lui anche l’immagine che il soggetto ha di sé, un’immagine distorta, nella quale spesso è difficile riconoscersi. In questo la cura, la bellezza e il turbante giocano un ruolo fondamentale poiché permettono all’individuo di ritrovare l’equilibrio che la malattia aveva spezzato e di ritrovare famigliarità con la propria immagine corporea. Nel periodo della malattia, quindi, si scopre una nuova declinazione della bellezza, una bellezza che dà forza, una bellezza resiliente che permette di ritrovarsi.

I trattamenti antitumorali causano notevoli cambiamenti nel corpo, uno dei più evidenti e spesso difficile da sopportare è la perdita dei capelli. La mancanza dei capelli è una caratteristica che costantemente rimanda alla malattia. Con la perdita dei capelli il soggetto è messo bruscamente di fronte al cancro e ad un corpo stravolto nel quale non si riconosce più. È proprio qui che entrano in gioco la bellezza e il turbante. Prendersi cura di se stessi permette di ritrovare l’equilibrio che la malattia ha spezzato, permette di riconoscersi anche come donne e non solo come la malattia che si sta vivendo. Nella malattia oncologica la bellezza cambia, non si tratta di semplice gusto estetico ma di ri-scoperta. In questa nuova concezione della bellezza il turbante si rivela molto efficace per diverse ragioni. Innanzitutto il turbante è versatile e personalizzabile, ogni donna può indossarlo a modo suo, seguendo un suo stile. Si possono fare turbanti diversi con un solo tessuto ma si possono anche fare turbanti con un sacco di tessuti diversi: in questo modo è possibile scegliere qualcosa che segua la propria immagine, la propria personalità.

Francesca mi ha raccontato “il turbante ti permette di  essere sensibile rispetto al tuo umore, rispetto alle sensazioni che provi, se preferisci appunto essere un po’coccolata da un tessuto più morbido oppure se preferisci avere qualcosa di più voluminoso, più imponente, quindi il turbante ti permette di sentirti più sicura […]Mi ha aiutato a creare delle ombre perché quando sei calva il tuo cranio è come la luna quindi è completamente scoperto, mi ha aiutato a creare delle ombre, dei movimenti proprio sulla fronte  che mi ricordavano quasi la mia identità di sempre con i miei capelli. Quindi, questa è proprio la cosa che più guardandomi allo specchio vedevo reale, il gioco di ombre, si.”

Il turbante quindi come strumento in grado di accompagnare la donna in ogni sua occasione: nel coccolarla in un tessuto caldo e nel darle volume, magari in pubblico. Ed è proprio la capacità di ridare volume, di permettere quel gioco di luci e ombre che normalmente con i capelli si ha, che fa si che il turbante sia strumento efficace per tornare a riconoscersi. La versatilità del turbante permette microcambiamenti continui, permette di seguire gli umori e le caratteristiche della del soggetto. Il turbante, quindi, racconta la storia e la personalità della donna che lo indossa, è strumento di narrazione ma è una narrazione delicata; il turbante si prende cura della testa nuda senza capelli, la protegge ma, allo stesso tempo, le dà nuova vita.

Il turbante è anche un linguaggio altro per narrare la propria storia di malattia, non ha paura di mostrarsi in tutto il suo splendore, chi lo indossa ha la capacità di rubare la scena, di proiettare su di sé l’attenzione della gente, e questa attenzione è un’attenzione che non ha a che fare con la malattia ma bensì con l’immagine di una donna forte e sicura. Ecco che qui si rivela un’altra caratteristica pedagogicamente efficace del turbante: è strumento di resilienza.

La malattia oncologica infatti travolge, spesso silenziosamente, il soggetto che passivamente la subisce. Da un momento all’altro l’individuo sente che la sua stessa vita subisce un attacco e in tutto questo lui rimane un passivo spettatore. È necessario quindi un atto di intenzionalità da parte del soggetto, il quale deve prendere la situazione in mano, diventare protagonista non solo della propria storia di malattia ma anche della propria storia di vita: e in questo il turbante è un fedele compagno poiché è lo strumento per stare nel mondo e coraggiosamente mostrare la propria condizione e la propria forza nel combatterla. Permette una rinascita e dona nuova luce al soggetto, un soggetto che si sente accolto dal tessuto che indossa ma che, allo stesso tempo, slancia la sua figura.

Francesca mi ha raccontato che “il turbante ha avuto un ruolo fondamentale: il turbante mi ha protetta, mi ha protetta dal freddo, mi ha protetta dai raggi del sole troppo forti, è stato la mia corona ed è ancora adesso la mia corona, ancora  adesso indosso spesso i turbanti nonostante i miei capelli siano cresciuti rigogliosi ma lo indosso per ricordare sempre quanto mi ha supportato questo piccolo oggetto[…]e ricevevo tantissimi complimenti perché appunto usciva fuori la luce, una luce nuova, una posizione regale, ecco il turbante dona una posizione regale”.

Splendida questa immagine che associa il turbante ad una corona, in grado di dare una posizione regale, unica e speciale, in grado di dare nuova vita e nuova luce alla donna che lo indossa e di mostrare tutta la sua bellezza nonostante la malattia e i cambiamenti che questa ha portato, proprio come una corona per la sua regina.

CIBO SUPERSONICO

Everywhere, in your heart

cibosupersonico@gmail.com

P.IVA 03845070139

  • Facebook
  • YouTube
  • Instagram